Wong Kar-wai: east and eros


La seduzione del cinema di Marco Luceri
22 marzo 2009, 5:05 PM
Filed under: 4. La mano - episodio di Eros

Era da tempo che Michelangelo Antonioni voleva veder realizzato un suo vecchio progetto, Eros appunto, un film collettivo che raccogliesse tre visioni, tre punti di vista differenti sul tema forse più complesso da rappresentare attraverso le forme del cinema, l’erotismo. Riprendendo una formula narrativa che rimanda a quelle collaborazioni tra vari registi tipiche degli anni Settanta (e non sempre all’altezza delle aspettative), il Maestro ferrarese, ormai novantaduenne, aveva voluto inizialmente accanto a sè due autori contemporanei che più o meno inconsapevolmente amano trattare il tema dell’erotismo in maniera personalissima ed originale:Wong Kar-Wai e Pedro Almodovar.

Alla defezione del regista spagnolo (arrivata quando gli altri due episodi erano già a buon punto) ha sopperito inaspettatamente Steven Soderbergh. Date le premesse, dunque, un film come Eros risente nel suo complesso di una discontinuità formale e drammaturgica facilmente comprensibile, dato il calibro dei tre fuoriclasse e l’estrema originalità con cui I tre maestri si sono avvicinati al tema. Tuttavia il film non è da considerarsi come una semplice somma aritmetica, in quanto, seppur nelle diversità, oltre al tema, resta tra i tre episodi un sotteraneo filo comune, cioè quello di un cinema che riflette sulle sue forme, oltre che sulla passione e sul fascino della seduzione.

Christopher Bucholz

IL FILO PERICOLOSO DELLE COSE
Nove anni dopo l’uscita di Al di là delle nuvole (per la cui realizzazione si era speso in prima persona Wim Wenders), il Maestro torna ad uno dei filoni principali della sua poetica, l’erotismo come dimensione incontrollabile delle relazioni umane, in cui si concretizza, fuggevole, il mistero delle immagini e della realtà. Mettendo subito da parte qualsiasi commento alla sceneggiatura (che appare come un’aggiunta a qualcosa di già cristallizzato in sè), il pregio di quest’episodio risiede tutto nel fascino raggelante delle immagini paesaggistiche e nel loro alternarsi alle calde e sensuali superfici dei corpi di due bellissime donne (Regina Nemni e Luisa Ranieri) che si contendono inconsapevolmente un giovane uomo (Christopher Bucholz).

Basta quest’esilissima traccia drammaturgica al Maestro per costruirci intorno l’ennesima mirabile tessitura di immagini sconnesse e misteriose. Il fascino dei corpi femminili, delle loro nudità, sovverte e rinnova le relazioni di un rapporto amoroso corroso e sfilacciato, senza arrivare però a costruirne un altro più solido, anzi la nuova relazione sembra ancora più esile e precaria della precedente. C’era da aspettaserlo che Antonioni proseguisse sulla scia dei vuoti di Ritorno a Lisca Bianca (splendido cortometraggio del 1995 in cui il Maestro rigira negli stessi luoghi la celebre sequenza della scomparsa di Anna ne L’avventura, stavolta però senza personaggi) e delle metafisiche atmosfere de Lo sguardo di Michelangelo.

Ma stavolta, spingendosi ancora oltre (l’ennesimo salto in avanti del Maestro), le relazioni sfilacciate tra i tre protagonisti servono per un’ulteriore riflessione sul proprio lavoro cinematografico. Un’altra “cronaca di un amore mai esistito”, insomma, in cui Antonioni condensa molti dei temi e delle forme del suo cinema (l’incomunicabilità, lo smarrimento dell’uomo moderno, l’artificiosità delle sue certezze e del cinema stesso), in una breve rilettura di esso ironica ed inquietante allo stesso modo. Quale migliore forza, allora, se non quella esasperante, impulsiva, irrazionale dell’erotismo, per ribadire ancora una volta (come diceva il regista alter-ego John Malkovich alla fine di Al di là delle nuvole) che “sotto l’immagine rivelata ce n’é un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e ancora un’altra sotto quest’ultima, fino alla vera immagine di quella realtà assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai”? E questa non è, sia chiaro, sola estetica.

Gong Li

EQUILIBRIO
L’episodio di Soderbergh è sicuramente dei tre quello più leggero e divertente, in cui il cineasta americano si nasconde dietro le confusioni erotico-sentimentali di un giovane dirigente in carriera (Robert Downey Jr.). Seduto sul lettino di un fantomatico spicanalistica (Alan Arkin) che spia insistentemente fuori dalla finestra qualcosa che non ci viene mai mostrato, il nostro inconsapevole paziente vaneggia su un sogno insistente in cui egli stesso spia una bellissima e misteriosa donna che fa un bagno. Col proseguire del breve racconto si scopre ben presto che le identità dei personaggi non sono poi così chiare e chi spia ed è analizzato in realtà è spiato e analizzato a sua volta, e viceversa. Insistendo forse un po’ troppo in maniera compiaciuta sul nascondere ed il confondere le carte, Soderbergh cerca di giocare con la sempiterna confusione erotica del maschio, che spesso non riesce a discernere le percezioni reali dai sogni. Alla fine l’unica immagine a conservare la forza di un potere oscuro e seducente è proprio quella inafferabile della donna.

LA MANO
Il maestro di Hong Kong saccheggia In the mood for love e 2046 per imbastire un’altra imperdibile, stupenda variazione erotica sul tema degli amori impossibili. Vero gioiello di Eros, l’episodio di Wong Kar-Wai recupera temi ed atmosfere degli ultimi due capolavori, per narrare I capricci di una prostituta d’alto borgo (Gong Li) e del suo giovane ed inesperto sarto (Chang Chen), a cui durante la prima visita domiciliare è concesso il piacere di una masturbazione con un elegantissimo guanto di raso nero (é forse la stessa mano della Mimì di 2046?). Sarà il solo piacere erotico che la donna concederà in tantissimi anni all’unico uomo che seguirà la sua vicenda umana; folle amore impossibile, esso resta sullo sfondo doloroso di un’inarrestabile decadimento fisico ed esistenziale.

Eppure il contatto delle vesti, degli eleganti e ricercati abiti di seta e raso sostituiscono nella realtà il sogno erotico proibito del sarto, quello di unirsi carnalmente con la donna sempre più irraggiungibile. Logico dunque che trionfino le atmosfere ed I colori cari al maestro di Hong Kong e al suo inseparabile direttore della fotografia Christopher Doyle: una Shangai piovosa e misteriosa attraversata dalle luci dei neon, I caldi interni, gli eleganti costumi che frusciano tra porte e specchi; é insomma lo scenario teatrale più intimo per il nostro sarto spettatore, eternamente dannato ad essere voyer di amplessi altrui. L’unico modo per amare una donna che si concede agli altri è allora quello di ricamare egli stesso gli abiti di scena che plasmeranno il suo corpo proibito, creando e ricreando le forme di un’ossessione che possa vincere anche la morte.

Robert Downey jr. e Alan Arkin

Tre sguardi d’autore allora, tre visioni differenti, tre brevi riflessioni sulla legge del desiderio che soprassiede a qualsiasi forma di erotismo; Antonioni, Soderbergh e Kar-Wai ribadiscono, ognuno a suo modo, come esso forse appaia ancora oggi l’unico luogo del mistero assoluto, verso cui le forme del cinema si sentono irresistibilmente attratte, ma dal quale non riceveranno mai delle risposte definitive, proprio come in una coppia di amanti qualsiasi.

Meritano una particolare attenzione gli stupendi disegni erotici di Lorenzo Mattotti che scandiscono gli intermezzi tra un episodio e l’altro, accompagnati dal commento sonoro di una canzone di Caetano Veloso, un’aerea e dolce nenia intitolata semplicemente Michelangelo, dedicata al Maestro.



Antonioni, Soderbergh e Wong Kar-Wai: l’Eros di tre maestri di Chiara Ugolini
22 marzo 2009, 5:00 PM
Filed under: 4. La mano - episodio di Eros

Una scena del film

Una scena del film

Tre sguardi sul mondo dell’eros. Tre registi lontanissimi, per cultura, per generazione, per stile. Michelangelo Antonioni, Steven Soderbergh, Wong Kar Wai sono gli autori di Eros, il film presentato fuori concorso alla Mostra del cinema e che sarà nei cinema a dicembre.

All’incontro per il film erano presenti i produttori del film, Michelangelo Antonioni (accolto con un caloroso applauso) con la moglie Enrica, gli attori italiani, Steven Soderbergh e la sua attrice Ele Keats e il protagonista di Wong Kar Wai, Chang Chen.

IL TOCCO DI WONG KAR WAI
‘La mano’, episodio del regista di Hong Kong, racconta il rapporto difficile e tormentato tra una ricca cortigiana (la bellissima attrice feticcio di Wong Kar Wai, Gong Li) e il suo sarto (Chang Chen). La mano è quella del sarto che le cuce splendidi abiti, ma è soprattutto quella della cortigiana che nel loro primo e ultimo incontro lo tocca in una scena che si candida come tra le più poetiche e sensuali della storia del cinema. ”Prima di girare questo film avevo una concezione ristretta dell’eros – ha raccontato Chang Chen in rappresentanza del regista di Hong Kong bloccato in Tailandia dall’edizione del suo flm (sempre 2046) – forse perché ho avuto poche esperienze con le ragazze. E’ stata una lavorazione difficile per via della Sars e perché l’apprensione di lavorare con una grande attrice come Gong Li era grande. Posso dire che con questo film sono cresciuto molto”.

IL SOGNO OSSESSIVO DI SODERBERGH
Steven Soderbergh indaga, in ‘Equilibrium’, il sogno erotico e ossessivo di un pubblicitario. Robert Downey Jr. non riesce a liberarsi dell’immagine di una donna che si spoglia, si siede sulla vasca da bagno, si mostra nuda e si riveste. Sul lettino di uno psichiatra cerca di capire chi è quella donna per lui sconosciuta ma estremamente familiare.
”Quando ho saputo che Michelangelo Antonioni e Wong Kar Wai avrebbero fatto parte del progetto ho accettato immediatamente, senza riflettere più di tanto su quello che volevo fare. – ha confessato il regista americano – Mi ci è voluto un po’ di tempo per elaborare un’idea e ho deciso di partire dal sogno che è un elemento molto erotico per me, forse perché non lo puoi controllare. Mi piaceva l’immagine di un uomo che sogna costantemente sua moglie senza rendersene conto”.

IL PERICOLO DI MICHELANGELO ANTONIONI
Ambientato nella maremma toscana, l’episodio del maestro italiano racconta una sorta di triangolo tra una coppia sposata in crisi (Christopher Buchholz e Regina Nemni) ed una giovane cavallerizza (Luisa Ranieri). Scritto da Tonino Guerra (”ogni mattina ci mandava le battute dei dialoghi – ha raccontato Enrica Antonioni – e ci mettevamo ore per capirle e tradurle”), il film avrebbe potuto avere un altro finale. Dopo averlo girato infatti Antonioni ha pensato che nell’immagine finale, le due donne danzano nude sulla spiaggia, avrebbe voluto anche Christopher Buchholz.
”Quando sono stato contattato da Antonioni per il film doveva essere una pellicola estremamente erotica – ha detto Christopher, figlio del grande attore tedesco Horst – ed io ero entusiasta. Gli ho detto: ‘bellissimo, sarà un film come ‘L’impero dei sensi’, potremo mostrare il sesso eretto. Poi ho pensato che se mi avessero preso sarebbe toccato a me, poi per fortuna è diventato un omaggio alla natura”.

Il film composto dai tre episodi è tenuto insieme dalle bellissime immagini erotiche di Lorenzo Mattotti e dalla canzone che Caetano Veloso ha dedicato a Michelangelo Antonioni.

(10-09-2004)



Eros – La mano di Sergio Lino
22 marzo 2009, 4:57 PM
Filed under: 4. La mano - episodio di Eros

Interpreti: Gong Li, Chang Chen, Tin Fung
Prodotto, Scritto, diretto: Wong Kar-wai
Produttore Esecutivo: Chan Ye cheng
Produttore: Jacky Pang Yee Wah
Direttore della Fotografia: Christopher Doyle
Musica: Peer Raben
Produzione: Jet Tone Films
39′

A coloro che hanno assistito all’anteprima assoluta, in quel di Venezia 2004, del film-evento a sei mani Eros, sarà sicuramente balenata una domanda: che diavolo ci fa il mediometraggio di Wong Kar-wai in mezzo a questa brodaglia? Lo iato tra il segmento iniziale del regista che ci aveva stregati con In the Mood for Love (e con i film precedenti) e gli altri due episodi del trittico (il divertito ma impalpabile sketch – tirato un po’ per le lunghe – di Steven Soderbergh, e l’inqualificabile pasticcio cochon firmato Michelangelo Antonioni – di cui, spiace ammetterlo, non rimane altro, per l’appunto, che la firma) è talmente evidente, talmente abissale, da legittimare qualsiasi rivendicazione di estraneità rispetto all’opus nel suo complesso. Spiace che un piccolo gioiello come questo The Hand – La mano rischi di incorrere in spiacevoli sottostime critiche a causa della zavorra che è costretto a trascinarsi dietro. Ma tant’è, questi sono i rischi insiti nelle coproduzioni internazionali e nei lavori realizzati su commissione.

The Hand possiede un solo grande difetto: essere arrivato dopo In the Mood for Love. Essendo in buona misura un ricalco del film precedente, sia nella forma che nelle atmosfere e nello sviluppo del plot, questo piccolo film vive della luce riflessa del fratello maggiore, si confonde con esso, e – purtroppo – alimenta fastidiosi sospetti di accademismo. Sospetti non del tutto infondati, ammettiamolo pure, ma esaurire in tal modo il discorso e le causali messe in gioco da Wong nel suo lavoro sarebbe un peccato mortale.

Quello di Wong Kar-wai è un affresco sull’amore non manifesto che si va via via componendo, opera dopo opera (attendendo al varco 2046), attraverso infinite variazione sui medesimi tòpoi. La passione inesplosa tra il timido sarto e la prostituta d’alto bordo (interpretata da una magnifica Gong Li) di The Hand è il riflesso della pudica love-story fra Mr. Chow e Mrs. Chan nel film precedente; come questa, si manifesta attraverso gesti interrotti, silenzi, sguardi che non riescono a incontrarsi; e allo stesso modo Wong asseconda la timidezza dei suoi personaggi (che forse è la sua stessa pudicizia, il timore di far deflagrare la passione e farla bruciare in pochi istanti, come succedeva ai due esuli di Happy Together), scandagliandone i volti e rinchiudendoli in spazi sempre più angusti, soffocati da scenografie avvolgenti e da costumi di un’eleganza estenuata (ancora una volta tornano alla memoria le mises di Maggie Cheung nel film precedente. Il film abbonda di primissimi piani, particolari (mani, occhi, sezioni di viso), dettagli… Questo perché The Hand è, ancora una volta, un film sulla non pienezza, sull’incapacità di vivere appieno i propri sentimenti. L’eleganza formale della messa in scena sostanzia un discorso metaforico incentrato sull’elusione delle emozioni a esclusivo vantaggio delle convenzioni borghesi e dell’etichetta che esse impongono. Ne viene fuori un mélo che in realtà è un antimélo, capace di ribaltare tutte le convenzioni del genere, e di piegarle a un’immagine del mondo di assoluta, perfetta stilizzazione. Per questo The Hand può essere considerato un piccolo capolavoro incompiuto, la cristallina traduzione in immagini di una poetica di ben più ampio respiro, che avrebbe meritato uno sviluppo da lungometraggio.

La fotografia, al solito preziosissima, è del fido Christpher Doyle, mentre le splendide musiche – udite udite – sono addirittura di Peer Raben, un tempo collaboratore abituale di un certo Rainer Werner Fassbinder… Come dire: tutto torna…