Wong Kar-wai: east and eros


Chi è?
13 marzo 2009, 9:00 am
Filed under: 1. Biografia

Wong Kar-Wai è il più occidentale dei registi sfornati dalla new wave del cinema orientale a partire dagli anni Ottanta. È un regista sperimentale e un profondo innovatore del linguaggio cinematografico: probabilmente è il regista che sarebbe stato Godard se fosse nato in Cina trent’anni dopo. Le sue pellicole mantengono il taglio classico della cultura orientale soprattutto nelle tematiche delle storie, non esagerano mai coi toni e non sanno nemmeno cosa sia la morbosità: i sentimenti vengono descritti e messi in scena in modo pudico, viene lasciato spazio allo stupore ma mai al compiacimento. Si pensi a uno scrittore come Haruki Murakami, uno degli autori simbolo della letteratura giapponese contemporanea. Le sue storie sono universali ma il modo con cui la sua scrittura affronta i sentimenti rimanda a una cultura lontana, una cultura in cui temi quali il sesso, la droga e perfino la morte sono affrontati in modo vitale, in naturale contrapposizione alla pesantezza tipica della cultura occidentale.
Quello che rende Wong Kar-Wai un regista distante dalla terra da cui proviene è invece la forma che dà alle sue storie: per quanto profondamente hongkonghese in quanto a materiale di partenza, il suo cinema è esteticamente e concettualmente più vicino al gusto statunitense rispetto a quello della maggior parte dei suoi connazionali. Il cinema di Wong Kar-Wai è fresco e colorato, molto più spontaneo e rivitalizzante nel mettere a fuoco problemi che ormai sono diventati propri del mondo e non di una cultura in particolare. Si immagini di leggere le righe dolcemente malinconiche di un romanzo di Murakami ascoltando il lounge scoppiettante e festoso dei Pizzicato Five: ecco il cinema di cui si sta parlando.
Wong Kar-Wai nasce a Shangai, il 17 luglio 1958. All’età di 5 anni si trasferisce con sua madre a Hong Kong a causa della Rivoluzione Culturale; il resto della famiglia lo raggiunge solo dopo alcuni anni. Spaesato in una città in cui fatica a comunicare (la lingua parlata a Hong Kong era diversa da quella parlata a Shangai), trascorre intere giornate nei cinema con sua madre. Dopo aver conseguito il diploma, inizia un corso di design grafico che abbandona dopo due anni, iscrivendosi a un corso per sceneggiatori alla Hong Kong Television Broadcasts Ltd., un’importante casa di produzione di Hong Kong. Entra così a contatto col mondo del cinema passando dalla porta di servizio: tra il 1982 e il 1987 scrive alcune sceneggiature che spaziano dalla commedia romantica al drammatico.
Il suo debutto come regista avvenne nel 1988 con <As tears go by, un gangster movie che gli valse nove nomination agli Hong Kong Film Award, un’opera che rimanda direttamente addirittura a Mean Streets di Scorsese. As tears go by possiede già tutti gli elementi della poetica che il regista svilupperà con la produzione successiva: montaggio frenetico che riprende l’estetica del videoclip unito alla capacità di sfiorare punte di lirismo struggente e quasi spiazzante.
Il film successivo, Days of being wild, è del 1991: un melodramma d’azione sentimentale (e si potrebbero aggiungere anche altri generi) ambientato negli anni Sessanta, in cui il giovane protagonista, un latin lover distratto, è alla ricerca della madre naturale. Una pellicola che riprende la cifra stilistica propria della Nouvelle vague grazie a una libertà formale che si disinteressa della logica e della consequenzialità ma che mira dritta alle emozioni. A partire da questo film inizia la collaborazione col direttore della fotografia australiano Cristopher Doyle: le luci e i colori iniziano a diventare dei personaggi presenti sulla scena, non meno importanti degli attori in carne e ossa. La fotografia dei film di Wong Kar-Wai è spesso carica, iperrealista e tagliente; crea naturalmente delle situazioni caotiche che contribuiscono in maniera decisiva al lavoro che il regista compie sullo sviluppo e sulla mortificazione finale dei sentimenti dei suoi personaggi. Oltre al direttore della fotografia, anche gli altri componenti dell’equipe del regista iniziano a diventare una vera e propria squadra. Una squadra che condivide la sua singolare metodologia di lavoro: Wong Kar-Wai inizia a rinunciare al processo classico di scrittura cinematografica preferendogli una sorta di work-in-progress che, partendo da alcuni elementi di base (alcuni dialoghi, caratteri di personaggi, situazioni, atmosfere, frammenti di musica), lascia che il materiale prenda forma da sé, man mano che le riprese suggeriscono al regista la direzione da intraprendere. Il risultato è sempre qualcosa di estremamente personale, che anche quando parte da generi ben codificati (il noir di As tears go by o l’action-melò di Days of being wild) finisce per piegare questi ultimi alle esigenze espressive del regista e alla sua poetica. Sempre in quegli anni Wong Kar-Wai fonda insieme a Jeff Lau la Jet Tone Films e inizia così anche la sua carriera di produttore.
Nel 1994 finisce di girare Ashes of Time, un wuxiapan (storie di cavalieri erranti) condito con una bizzarra storia d’amore, che non ottiene il successo sperato. Durante una lunga pausa nella lavorazione della pellicola porta a termine anche Hong Kong Express, il film che lo fa conoscere a livello internazionale. Hong Kong Express prevedeva inizialmente, oltre ai due episodi sviluppati, la presenza di un terzo episodio che, accantonato, venne utilizzato come spunto di partenza per il successivo Angeli perduti.
In Hong Kong Express la naturale tendenza del regista alla melanconia viene inserita nel frastuono della frenetica vita quotidiana della metropoli asiatica. Una metropoli che, per quanto enorme, finisce per risultare claustrofobica, angusta e opprimente. Il regista ne mette in scena l’affollamento percettivo e la casualità con uno stile scoppiettante fatto di ralenti, grandangoli, sequenze in stop-motion e musica rock martellante e onnipresente. Hong Kong Express è probabilmente la summa delle costanti tematiche della sua poetica: l’ossessione/necessità dell’amore, l’alienazione e la solitudine della metropoli, la schiavitù dei ricordi inserita in un contesto urbano vivido e pulsante di dolore sotterraneo. Wong riesce a raccontare le manie, le nevrosi e i difetti dei suoi personaggi con tanto cuore e tanto stile, alternando rapidissime sequenze con la macchina a mano a immagini più statiche e intense. La sequenza di Angeli perduti della masturbazione della protagonista che dopo l’orgasmo si conclude con un pianto fragoroso e solitario tocca vertici insospettabili di poesia e disperazione.
Il 1997 è l’anno di Happy Together, storia di una coppia omosessuale ambientata in Argentina che, nonostante non fosse certo all’altezza delle opere precedenti, valse comunque a Wong il premio di miglior regista al Festival di Cannes. In The Mood For Love è invece del 2000 e racconta le vicende di un giornalista e di una segretaria nella Hong Kong del 1962, vicini di casa che scoprono che i loro rispettivi coniugi sono amanti. In the mood for love è un film che, a differenza dei precedenti, ha una trama molto lineare, i sentimenti dei personaggi aumentano tra un incontro e un altro e la colonna sonora prende ‘silenziosamente’ il sopravvento sulla parola e sulle emozioni. La struttura è basata sulla staticità degli eventi e lo sguardo del regista si sofferma sulla ritualità dei gesti dei protagonisti che si incontrano, si chiedono cosa staranno facendo gli altri due, si parlano come se parlassero a loro, si guardano allontanarsi, e inevitabilmente senza dirselo mai, finiscono per amarsi. Il film si basa soprattutto sulla lentezza dei movimenti, sulle riflessioni dei due personaggi che cercano di accettare il tradimento dei loro coniugi, cercando di capire all’inizio come sia potuto succedere, ma alla fine arrivando a capire che è tutto vano, anche perché la stessa cosa sta accadendo in modo più sottile anche a loro.
Il seguito ideale, 2046, è invece caratterizzato da bruschi passaggi tra la realtà e la fantasia del protagonista. Durante le riprese di 2046, Wong Kar-Wai scrive e dirige La Mano, uno dei tre episodi di Eros (gli altri due sono di Soderbergh e di Antonioni), storia della relazione tra un sarto e una sua cliente.
L’angoscia esistenziale che accomuna tutti i personaggi di questo autentico autore, l’ossessione della memoria che li incatena, la loro incapacità di vivere e di amare, sono espressi in ogni film in modo diverso, con modalità estetiche spesso originali: così, se in Hong Kong Express e in Angeli perduti è il tessuto urbano di una Hong Kong notturna e caotica a fare da teatro alle gesta dei protagonisti, in Days of being wild e in In the mood for love si ritorna agli anni ’60 (a loro volta vero e proprio luogo della memoria per il regista) in cui troviamo una città dalla facciata ben diversa, colorata di luci soffuse e bagnata da una costante pioggia che simboleggia un’angoscia e una sofferenza soffocate, mai esplicitate definitivamente. Persino il deserto che circonda la locanda di Ashes of time diventa un luogo ideale in cui lasciar esplodere tutte le ossessioni e i rimpianti che danno luogo a dei confilitti che sono mentali prima che fisici. In questa capacità di trasfigurare e di caricare di significati che trascendono l’ovvietà sta la grandezza di questo regista che ha ormai assunto una posizione privilegiata tra i cineasti contemporanei, proponendosi prima come un regista di culto per le giovani generazioni, poi consolidando la sua fama presso il pubblico di cinefili dei Festival di tutto il mondo. Il riconoscimento di questa tendenza l’ha ottenuto nel 2006 quando è stato presidente della giuria alla 59ª edizione del Festival di Cannes, primo cinese nella storia del Festival a ricoprire questo incarico: in quell’occasione si è battuto perché la Palma d’oro andasse a Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach.


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